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Hikikomori


La raffigurazione disegnata di un hikikomori. La stanza risulta illuminata solo dallo schermo del computer e un generale disordine e sporcizia permea ogni oggetto
Hikikomori

Il fenomeno di chi sceglie volontariamente di isolarsi è da considerarsi una risposta disfunzionale alle imposizioni della società odierna? Quali le cause e quali azioni possono essere fatte per arginare il problema?


Il fenomeno degli hikikomori – termine giapponese traducibile in “stare in disparte” – è stato riconosciuto e studiato primariamente nel paese del Sol Levante dagli anni ’80 del secolo scorso, per poi vedere una sua diffusione e riconoscimento sempre maggiori anche in occidente.La persona hikikomori sceglie di limitare grandemente o interrompere il suo investimento verso il mondo esterno condiviso e la socialità in senso lato. L’isolamento è ricercato come fuga estrema dalle interazioni, spesso ad esclusione delle comunicazioni virtuali.

Ci si può domandare se alcuni fenomeni noti da lungo tempo –  come gli  eremiti  o la scelta della clausura  – possano essere considerati antesignani degli hikikomori. Al di là della motivazione specifica, che da un lato può essere la religione e la spiritualità e dall’altro le pressioni sociali, il senso di inadeguatezza o una ferita narcisistica importante (queste alcune delle possibili numerose ragioni sottostanti l’isolamento autoimposto), colpisce infatti la similarità tra le modalità scelte per affrontare l’esistenza. In entrambi i casi l’individuo si ritrae e si estranea dalla realtà condivisa, immergendosi in una dimensione isolata, privataLa dimensione corporea, fisica, è totalmente negata, scotomizzata, esclusa dall’esperienza tanto che il corpo sembra diventare mero contenitore da nutrire per assicurarsi la sopravvivenza. Sembra che la dimensione del piacere sia parallelamente relegata nell’ombra: autorizzarsi a ricercare il piacere – da intendersi in senso lato e in ogni possibile sfaccettatura – è indice e misura della possibilità di godersi la vita e di investire su di essa. 



Il quadro di Velázquez, Santi Antonio Abante e Paolo Eremita. Raffigura i santi intenti a pregare circondati dalle montagne e alberi in perfetto eremitaggio spirituale.
Velázquez Santi Antonio Abante e Paolo Eremita.

Nel fenomeno degli hikikomori fa da sfondo una sofferenza che sceglie di non combattere l’oggetto che la causa, optando per una rinuncia massiccia, un ritirarsi dalle scene, sottraendosi dal conflitto ma anche dalla possibilità di risolverlo. E’ una scelta che va nella direzione di assicurarsi una sopravvivenza – nelle retrovie, nella solitudine – piuttosto che rischiare di soccombere all’altro o alle pressioni sociali, elidendo però la possibilità di vivere con sufficiente soddisfazione la propria esistenza. 


Si stima che la popolazione che sceglie di isolarsi e di trascorrere la propria vita chiusi in una stanza supera, solo in Italia, i 100.000 casi; la maggior incidenza si riscontra nella fascia pre-adolescenziale/adolescenziale, manifestandosi solitamente con un iniziale graduale ritiro dalle attività sportive e sociali per poi estendersi alla scuola. Spesso il problema è riconosciuto come tale solo quando il rifiuto dell’individuo include la scuola, tuttavia, a posteriori, è possibile ricostruire il disinvestimento come risalente a molto prima. Vi sono alcuni criteri che, se soddisfatti, permettono di utilizzare il termine hikikomori per riferirsi ad una particolare manifestazione: il soggetto non deve svolgere attività lavorative o di studio, non devono esserci relazioni amicali, l’isolamento deve essere volontario e perdurare da almeno 6 mesi e non devono esserci altre patologie o condizioni che richiedano o giustifichino il ritiro sociale.


I dati relativi al Giappone, che riportano picchi di 1,5 milioni di persone isolate nella propria casa, equamente distribuiti tra gli under 40 e gli over 40, ci inducono a pensare ad un’allarmante scelta sociale di massa che privilegia uno stile di vita in completa solitudine e rinuncia di tutto ciò che il mondo esterno può offrire. 



Un ragazzo giapponese sdraiato nella sua stanza che risulta piena di immondizia, cibo, buste della spesa e disordine.
Hikikomori in Giappone.

Un altro Stato che sta registrando aumenti vertiginosi del numero degli hikikomori è la Corea del Sud. Sembra infatti che il 3% dei giovani residenti nel paese sia attualmente ritirato in casa. Il Governo, sulla scorta di un provvedimento già in atto in Giappone, ha previsto una manovra economica  volta a supportare chi decide volontariamente di isolarsi. Attraverso un indennizzo del valore di circa 450 euro la Corea tenta di arginare il fenomeno, nella speranza di aiutare questi individui a reinserirsi nella società. Pur non volendo demonizzare la manovra – che testimonia di per sé la presa in carico almeno parziale del problema da parte delle istituzioni – ci possiamo domandare quanto questa possa effettivamente esercitare un impatto positivo, concreto e risolutivo del problema che affligge i singoli. La radice del problema sembra infatti molto più complessa e sovradeterminata. Se per questi giovani la realtà delle quattro mura entro cui si chiudono, che per la verità in molti casi si estende allo spazio illimitato ma asettico del web, diviene più attraente e preferibile rispetto al mondo sociale condiviso, è chiaro che poter contare su 450 euro in più al mese sposta di pochissimo o di nulla l’asticella del problema. Se l’estensione del fenomeno fa ipotizzare ad una causa che risiede primariamente nel sociale – e possiamo riflettere sul fatto che il maggior numero degli hikikomori si registrano proprio nei paesi in cui per tradizione la pressione sociale, gli orari e i ritmi di studio e lavoro, nonché la competizione tra i pari appaiono disumani e insostenibili – non possiamo comunque escludere che almeno in una parte dei giovani ritirati esistano o coesistano anche cause di natura psichica più proprie del singolo. In ogni caso il senso di sconfitta e di solitudine sembrano pervadere e mettere sotto scacco l’hikikomori, che, non visto e non ascoltato forse troppo a lungo, agisce come difesa estrema un vero e proprio suicidio sociale. Riprendo il testo de Il Grido  (1997) di Gaber che sintetizza magistralmente quella che potrebbe essere la condizione di malessere inascoltato di questi giovani:

«È un gran vuotoche vi circonda e che vi bloccacome se fosse un gridoin cerca di una bocca.»

Scritto da Dott.ssa Sofia Bonomi, Psicologa Milano Porta Romana e BresciaArticolo pubblicato in data 11/04/2024 su Echoraffiche

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