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La paura del rifiuto


La paura del rifiuto con articolo di Dott.ssa Sofia Bonomi Psicologa Milano e Brescia

Rifiutare ed essere rifiutati è un’esperienza comune a tutti, ma non per questo meno dolorosa. Quali sono le emozioni associate a questa condizione? Cosa può determinare? Come possiamo superarla?

Fa parte delle esperienze comuni a tutti il rifiuto da parte dell’altro: ricevere dei ‘no’, fin dai primi anni di vita, struttura la personalità di ognuno, fornisce dei limiti e anche delle informazioni preziose su come affrontare le sfide della crescita. Che si tratti del rifiuto a giocare insieme subito durante l’infanzia, il rifiuto di comprare un giocattolo da parte dei genitori, quello da parte dell’insegnante di poter assentarsi per l’ennesima volta dalla classe o quello di un potenziale partner per mancanza di interesse reciproco, la vita di ognuno di noi è costellata da questo genere di interazione. Se con il senno di poi talvolta possiamo pensare che determinati ‘no’ siano stati detti a fine di bene o servano per la crescita personale, è indubbio che nel vivere i rifiuti ognuno sperimenti una gamma di emozioni negative. Ci sentiamo respinti, a volte non capiti, a volte giudicati negativamente, o non visti. Possiamo pensare di essere inferiori agli altri, inetti, sgradevoli. Rabbia, frustrazione, umiliazione e aggressività sono alcune delle emozioni più esplosive che possono scaturire da un rifiuto. Tristezza, umore depresso, vergogna, senso di inadeguatezza, sono altre emozioni che possono portare la persona a volersi isolare e ritirare in uno spazio proprio. Un’alta quota di ansia sociale, associata al timore di giudizi negativi, può strutturarsi come sintomo. Altre possibili reazioni sono perfezionismo, ipersensibilità ai segnali sociali e un senso di autostima deficitario. Accade che si strutturi un circolo vizioso in cui i timori e i sintomi associati alla paura del giudizio diventino le cause stesse di rifiuti successivi. In casi come questi non è raro che la persona, temendo il rifiuto e volendo a tutti i costi evitarlo, finisca per auto limitarsi e non provare nemmeno ad ottenere ciò che desidera. Tenderà a rimanere in una condizione – lavorativa, familiare, relazionale – insoddisfacente, pur di non esporsi alla negazione altrui. Oppure cercherà di intercettare le aspettative altrui e tenterà di uniformarvisi, rischiando tuttavia di perdere la propria spontaneità e l’identità stessa. Un’altra possibilità è che attui comportamenti passivo-aggressivi al fine di ottenere ciò che desidera manipolando l’altro in modo tale da non poter ottenere un rifiuto, se non a costo di forti sensi di colpa da parte dell’altro.


L’educazione in famiglia.
L’educazione in famiglia.

L’ampia gamma di possibili risposte e reazioni riflette la diversa sensibilità di ognuno al rifiuto: un’autostima deficitaria non potrà che aumentare l’intensità delle emozioni negative associate al giudizio altrui. Anche la tipologia di relazione presente tra il soggetto e colui che rifiuta, naturalmente, determina il tipo di risposta e la sua intensità. Generalizzando, tuttavia, si ha l’impressione che il giudizio altrui sia decisamente importante. Sicuramente, gli standard sociali a cui siamo chiamati a confrontarci, spesso irrealistici e irraggiungibili nei modelli propinati dai social media, non fanno che enfatizzare il rapporto tra approvazione altrui e autostima personale. Il bisogno di sentirsi accolti, apprezzati e inseriti in un gruppo ha radici ancestrali: oggi significa trovare una cornice che ci dia un senso di appartenenza, ma per i nostri antenati essere esclusi dal gruppo poteva comportare una vera e propria sfida di sopravvivenza. Quando il rifiuto dell’altro si scontra con una personalità narcisistica, caratterizzata da un lato da forte sensibilità e fragilità rispetto al giudizio altrui e dal bisogno di approvazione costante dall’altro,le conseguenze possono essere impreviste e gravissime. Numerosi casi di cronaca nera, di femminicidi, di “raptus” (termine giornalistico e non psicologico, ma utile a descrivere una reazione improvvisa e distruttiva), possono essere letti alla luce di questi meccanismi. Succede che un membro della coppia strutturi la sua identità – fragile, precaria – anche (o solo) alla luce del rapporto affettivo con il partner; se quest’ultimo viene meno, il soggetto subisce una ferita narcisistica che non è in grado di gestire né accettare. Il senso di rabbia e di umiliazione, l’idea di essere stato messo da parte e rifiutato diventano miccia per pericolose esplosioni di aggressività.


Relazioni tossiche e femminicidio.
Relazioni tossiche e femminicidio.

Imparare ad accettare il rifiuto altrui è dunque importante per il proprio benessere così come per quello di chi ci sta intorno. L’obiettivo che ognuno dovrebbe porsi, e che i genitori dovrebbero porsi nell’educazione dei figli, non è quella di evitare di incorrere in rifiuti, ma quella di apprendere come accoglierli, gestirli ed accettarli nel migliore dei modi. Che diventino materiale propulsivo e non esplosivo, fonte di riflessione e non di agiti aggressivi. Come si fa? Innanzitutto bisogna imparare a riconoscere le emozioni e i sentimenti che scaturiscono dal rifiuto altrui. Alfabetizzare alle emozioni è il primo passo per far sì che il soggetto sia in grado di percepire e riflettere sui propri stati emotivi, su se stesso, sulle reazioni che l’altro muove. Mentre strutturare un buon senso di autostima e di autoefficacia è importante per apprezzarsi e percepire di avere un valore intrinseco che prescinde dall’altro. Sentire di avere una solidità propria, di essere in grado di stare in piedi anche da soli e di funzionare nel lavoro come negli affetti, fa sì che le scelte prese dipendano da una sfera di desiderio e non di bisogno o di necessità coercitiva. Lo scenario ideale – e purtroppo abbastanza raro – è che questi due passaggi avvengano nell’infanzia, seguendo la guida dei genitori. Qualora questo non avvenga, è comunque possibile, (gradualmente: a volte da soli, a volte con l’aiuto di un professionista), sviluppare una migliore autostima e concedersi di desiderare a prescindere dai possibili rifiuti.




Scritto da Dott.ssa Sofia Bonomi, Psicologa Milano Porta Romana e Brescia Articolo pubblicato in data 09/11/2023 su Echoraffiche

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