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Vivere per lavorare o lavorare per vivere


L'immagine disegnata di un uomo con sei braccia che svolge varie attività contemporaneamente: lavora al computer su tre schermi diversi, prende appunti, beve il caffè, disegna, scrive sulla tastiera.. raffigura il concetto di multitasking ma anche workaholic.

Quando la dedizione al lavoro si trasforma in una vera e propria dipendenza? Analizziamo il fenomeno a partire dai primi segnali, per capire come riconoscerla in noi e nelle persone a noi vicine.


La dipendenza da lavoro rientra, secondo la classificazione del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico) tra le dipendenze comportamentali: è infatti accompagnata da una serie di manifestazioni e sintomi assimilabili a quelli esperiti a seguito di altre dipendenze (da sostanza, da gioco d’azzardo, o da internet, per esempio). In casi come questi il lavoro diviene il fulcro della vita della persona dipendente, che gradualmente trascura sempre più altre aree importanti quali i rapporti familiari, le relazioni e le amicizie, la cura di sé, il tempo libero. Queste assumono uno spazio sempre più periferico, diventando via via attività sgradevoli in quanto, nella narrazione interna del workaholic, tolgono tempo al lavoro. Tra i sintomi più comuni si riscontra la compulsione lavorativa – che induce la persona a lavorare ogni giorno per più di 8 ore, spesso anche in ore serali/notturne, nei weekend e nei giorni feriali – il pensiero che ritorna continuamente a temi di lavoro, rendendo il dipendente incapace di godersi il tempo libero e la compagnia di altre persone, che anzi diventano veicolo di ansia e frustrazione. Allo stesso tempo, i propri bisogni e la cura di sé – tanto dal punto di vista fisico quanto mentale – vengono trascurati sempre di più perché ritenuti non importanti. Il fatto che le persone che rientrano in questo quadro diagnostico abbiamo molto successo a livello di carriera ed economico è un fattore tutt’altro che secondario: la società in cui viviamo apprezza e innalza a modelli da seguire questi individui così produttivi e così poco attenti ai loro bisogni. L’oggetto della dipendenza non solo è perfettamente legale, ma anche promosso fortemente dalla società, che tende dunque a negare o sottostimare gli effetti negativi che questa dipendenza ha sulla vita del singolo e dei suoi familiari. Il workaholic, infatti, è costantemente assillato dal lavoro e dal desiderio di riceverne gratificazioni e riconoscimenti: tende perciò a dedicare tutte le sue energie allo svolgimento di attività finalizzate a questo, giudicando negativamente coloro che secondo le sue valutazioni, trascorrono poco tempo al lavoro o non ne sono sufficientemente dediti. Spesso inoltre i confini tra vita privata e vita professionale, così come tra tempo libero e ore di lavoro, vengono meno. Le persone che presentano una forma di work addiction tendono a richiedere continui stimoli: devo essere messi sotto pressione e incalzati da scadenze ravvicinate, al fine di sentirsi utili, non sostituibili e fondamentali. La bassa autostima, e il senso di vuoto interiore che queste persone sperimentano laddove venga meno il lavoro e le gratificazioni ad esso associate, fanno da colonna sonora delle scelte portate avanti dai dipendenti da lavoro. Tendono spesso ad isolarsi dai gruppi amicali e di colleghi, sperimentando un senso di superiorità ma anche di solitudine da cui è difficile uscire. Spesso non si sentono capiti neanche dai familiari, ma avendo grandi difficoltà ad assumere un giudizio critico rispetto al proprio stile di vita e le proprie scelte lavorative, propendono per liquidare rapidamente tutti i tentativi di messa in discussione da parte di altri. Al contrario, tendono a ricercare la commiserazione per il troppo lavoro, da parte degli altri, poiché questo ha un impatto positivo sul senso di autostima, auto-efficacia e sulla percezione del proprio valore.


un uomo in giacca e cravatta lavora davanti al proprio computer. Sulla faccia sono attaccati tanti post-it che descrivono le varie incombenze che deve svolgere e da cui sembra oppresso.
Eccesso di dedizione o dipendenza ?

Se la dedizione al lavoro “normale” è uno dei veicoli di soddisfazione e riconoscimento positivo e gratificante che arricchisce la vita delle persone, la dipendenza da lavoro diventa l’unico modo per sentirsi appagati, tanto preponderante da rendere sacrificabile tutto il resto.

Possiamo pensare che vi sia un continuum tra queste due polarità. Tra i primi campanelli d’allarme vi sono la tendenza a lavorare via via per più ore, di nascosto, e nel weekend; a questo si aggiungono i pensieri che si accentrano sempre di più sulla tematica della professione, a discapito degli affetti, e scatenando conseguentemente molti sensi di colpa. Altri sintomi sono i ripetuti fallimenti rispetto ai tentativi di limitare e arginare le ore lavorative, la tendenza a mentire, sottostimare e nascondere il reale carico lavorativo assunto.

Ma cosa può concorrere a causare questo tipo di dipendenza? Un primo aspetto è il fatto che l’individuo sente (o si illude) di poter esercitare un controllo sull’area lavorativa che diventa veicolo di sensazioni positive, di gratificazione e di appagamento. Possiamo ipotizzare inoltre che il futuro dipendente da lavoro sia cresciuto in un contesto in cui l’apprezzamento e il riconoscimento fosse esclusivamente relazionato ai successi scolastici, per cui l’individuo associa l’essere degno di attenzione e amore alla capacità di studiare tanto e ottenere buoni voti. Da adulto tenderà dunque ad impegnarsi oltremodo per spiccare rispetto ai colleghi, nella convinzione che il proprio valore si misuri alla luce dei risultati lavorativi.

Un altro aspetto che può contribuire allo sviluppo di una dipendenza da lavoro in soggetti già predisposti, è la recente diffusione dello smart working: se da una parte quest’ultimo può rendere più facilmente accessibile il lavoro a molti, può abbattere i tempi degli spostamenti, diminuire le emissioni e agevolare l’autogestione del proprio tempo (permettendo per esempio di svolgere attività sportive e di svago), dall’altro lato non possiamo non prendere in considerazioni gli aspetti negativi. La tendenza ad isolarsi sempre di più all’interno delle abitazioni porta molti a trascorrere giornate intere a non interagire con nessuna persona fisicamente presente. Inoltre, lavorare da casa significa spesso mescolare gli spazi lavorativi con quelli privati: il letto, la tavola da pranzo, il divano in salotto, perdono la prerogativa di essere esclusivamente gli scenari dell’intimità e della vita familiare/amicale, per diventare anche luoghi di stress, di discussioni e di risoluzione di problematiche lavorative. Anche le ore di lavoro in certi casi di smart working si moltiplicano, a volte senza che neppure il lavoratore stesso se ne accorga.


Un signore lavora da casa in smart working seduto sul proprio divano. E' vestito per metà elegante con giacca cravatta e camicia, e per metà ha ancora i pantaloni del pigiama.
I rischi dello smart working

Per tutte queste ragioni l’assuefazione da lavoro è particolarmente insidiosa, difficile da riconoscere e facile da sottostimare. Tuttavia, è importante riconoscerne la problematicità così come il carattere di vera e propria dipendenza: come tale deve essere trattata, ricorrendo ai professionisti della salute mentale qualora ci si accorga di non essere in grado di limitarne gli effetti e circoscrivere da soli la situazione.


Scritto da Dott.ssa Sofia Bonomi, Psicologa Milano Porta Romana e Brescia

Pubblicato su Echoraffiche in data 18/05/2023

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