“SHARENTING”: rischi e conseguenze
- 17 ore fa
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Quando i genitori postano contenuti dei propri figli minori senza il loro consenso

Lo “Sharenting”, pratica diffusissima tra la nuova generazione di genitori, consiste nel pubblicare fotografie o video dei propri figli sui social senza il loro consenso.
Mossi dal desiderio di condividere con amici, parenti e followers momenti di felicità condivisa quotidiana, mamme e papà moderni postano quotidianamente scene di ogni tipo: secondo alcuni dati prima di iniziare le scuole elementari, ogni bambino è comparso in media oltre 1500 volte su internet.
Il primo incontro poche ore dopo il parto, la pappa mangiata o sparsa sulla tavola, le prime parole e i primi passi incerti, le cadute, la scuola che inizia, l’attività sportiva… ogni aspetto della vita prima del neonato poi del bambino e del preadolescente può diventare oggetto di comunicazione tramite Internet.
Come dice il neologismo sharenting si tratta di condividere online ogni aspetto della genitorialità, come d’altra parte si è abituati a postare i momenti più disparati della propria vita.
Tuttavia, al di là delle buone intenzioni, esistono dei rischi e delle responsabilità legate alla scelta di un adulto di condividere informazioni personali di minori senza il loro consenso. Il diritto alla privacy e alla protezione della propria immagine dovrebbero infatti essere tutelati e non sistematicamente violati dai genitori social.
Il diritto alla privacy vien meno poiché attraverso le fotografie postate è possibile costruire una sorta di biografia digitale. I contenuti possono infatti essere replicati e inviati al di fuori del controllo di chi li condivide. In un attimo chiunque può conoscere nome e cognome del minore, città e talvolta via di residenza, scuola con annesso indirizzo.. nei casi più gravi si può arrivare al furto d’identità. Sono stati registrati situazioni in cui l'utilizzo dei dati dei minori inconsapevoli esitava nella creazione di profili falsi o anche per effettuare frodi bancarie. Molti di questi casi vengono scoperti per incidentalmente e spesso a distanza di mesi se non di anni, quando il danno è difficile o impossibile da circoscrivere.
Un altro fenomeno altamente disturbante e sempre più diffuso è relativo ai deepfake, sempre più facili da creare a causa dell’Intelligenza Artificiale. A partire da fotografie innocue si creano altri contenuti manipolati, falsi ma verosimili, anche di carattere pedopornografico.

Vi è poi l’aspetto psicologico da non sottovalutare. Per comprendere la portata del potenziale impatto negativo che questa pratica apparentemente innocua può avere sui figli, basti ricordarsi dell’imbarazzo che gli adolescenti di qualche anno fa provavano di fronte alla madre nostalgica che apriva l’album dei ricordi durante una cena con parenti o amici di famiglia. La fotografia del bagnetto, gli outfit discutibili, le recite di fine anno, venivano mostrate e decantate, mentre il soggetto di tali scatti, rosso di vergogna, imbarazzo e rabbia, non fuggiva sbattendo la porta dietro di sé o cercava, con un sorriso tirato, di cambiare rapidamente argomento.
Dobbiamo allora immaginare tutto questo amplificato, tanto da prendere proporzioni mondiali. Un impiegato coreano, un contadino del texas, un surfista portoghese avrebbero potuto, possono e potranno accedere a questi momenti personali senza che il protagonista delle fotografie venga a saperlo. Ma anche il coetaneo vicino di casa, la ragazza dell’aula accanto, il bullo della scuola potranno altrettanto facilmente accedervi e utilizzare quel materiale come fonte di ricatto, scherno, derisione. E’ come dire quell’album di ricordi un tempo custodito chiuso nella vetrinetta in sala, è ora sempre aperto, sfogliabile e commentabile da chiunque abbia una connessione. Il minore può allora diventare oggetto di cyberbullismo e sperimentare di conseguenza malessere emotivo. Può inoltre essere indotto a ricercare la validazione esterna e sviluppare un'immagine di sé negativa. Questa scia di conseguenze si può estendere fino all’età adulta, andando potenzialmente a condizionare anche la carriera professionale e la credibilità stessa del soggetto.
A livello legale, pur mancando una legge specifica sullo sharenting, esistono diverse sentenze che stabiliscono che la pubblicazione di contenuti sui minori costituisce un comportamento pregiudizievole per i figli, proprio per i potenziali rischi ad asso associati. I genitori non sono infatti considerati solo autori di immagini ma “custodi giuridici” dei contenuti. Se la pubblicazione è negligente, il genitore può incorrere in responsabilità legali. Inoltre la giurisprudenza stabilisce che l’immagine del minore non può essere sfruttata come bene personale, rendendo i profili monetizzati con minori molto problematici.
Per fare un esempio concreto, un caso giudiziario del 2018 a Roma si è concluso con la condanna della madre a risarcire economicamente il figlio per il danno da lei arrecatogli: le fotografie postate senza il suo consenso negli anni avevano infatti determinato derisioni da parte di coetanei.

In questa sede non si vuole condannare i genitori che scelgono di condividere la vita dei loro figli sui social, quanto piuttosto diffondere una maggior consapevolezza dei rischi e delle conseguenze.
Esistono alcuni accorgimenti che contribuiscono a creare una maggior tutela dei minori, ed è importante che siano noti a tutti gli adulti (fin qui si è parlato di genitori-figli, ma naturalmente questo discorso è da estendere a nonni-nipoti, zii-nipoti, babysitter-bambini, …).
Porre attenzione ai dati che si condivide (ad esempio loghi di scuole su felpe o di centri sportivi su borsoni), evitare inquadrature in cui il minore è direttamente riconoscibile preferendo fotografie di spalle o con i volto coperto, impostare la privacy in modo tale da avere controllo su chi può visionare i contenuti, non aprire account social a nome dei figli, evitare completamente immagini intime di ogni tipo, coinvolgere i figli di adeguata età sull’eventuale pubblicazione di contenuti che li riguardano.
Si dice che fare il genitore sia il mestiere più difficile al mondo e forse l'era dei social e dell'iperconnessione l'ha ulteriormente complicato.




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